Batì Fibia mon amour!

Batì Fibia mon amour!

(e andava bene così)

 

Un brasiliano, era come un brasiliano, Giovanni Battista Ameglio detto Batì Fibia. Viveva tutto l’anno con la saudade al martedì grasso. E non solo lui: a condividere l’attesa per la giornata più memorabile dell’anno c’era Guido, meglio conosciuto come Gaietto.

Batì era un brav’uomo ammazzato di fatica.

Dall’età di dieci anni s’era caricato sacchi di sale sulla schiena. E aveva smesso quando ormai i bicchieri di rosso s’erano trasformati in botti. Lì stava la sua unica debolezza, nel vino. Sennò era contento di raggranellare per riempire lo stomaco. Salvo una passione: le paste dolci. Anzi due passioni, coltivava anche quella per il cinema. Tutti i sabato pomeriggio lo trovavi al primo spettacolo. Accomodato sulla poltrona col vassoio di paste posizionato sulle gambe, ad assimilare il film meglio del Morandini.

E poi, l’ultimo giorno di carnevale.

Frack, tuba e sfoggio di medaglie appese al petto che chissà dove le aveva raspate – in senso buono, ché non gli si conosceva ruberia – si portava, con codazzo di sostenitori, sotto le finestre dell’abitazione di Gaietto. Il quale, come ogni vamp che si rispetti, si faceva sospirare.  Per comparire fasciata, il femminile è d’obbligo se non vogliamo udire rumore di rivoltamento nella tomba, seppur di quattro ossa ormai, fasciata in abito stile charleston che al Curtis del qualcuno piace caldo gli faceva un baffo.

Ingioiellata da madonna del petrolio. Calzava tacchi a spillo su due polpacci torniti da anni di scaricamento ortaggi al mercato generale. Non pare, ma assieme ai bicipiti si macinano anche chilometri. Depilata dalla parrucchiera Pinuccia – pure lei adesso in braccio agli angeli – e dunque liscia come culetto d’infante, s’apprestava alla passerella in pieno centro, tra scrosci d’applausi e lanci di rose da far impallidire la Wandissima.

La truppa

dei seguaci della coppia era formata da ambosessi d’età compresa tra i due e i cento anni, i quali, al par loro, aspettavano la vigilia della quaresima per essere parte dello spettacolo. Gaietto esibiva tutta l’arte della seduzione con parrucca bionda a dar man forte, sollazzandosi a lasciar bocche aperte di stupore. Tutti convenivano: era una gran bella donna. Il dar di gomito, con relativo Guarda e impara del macellaio Giuanin alla, diciamo così, poco avvenente consorte, era rito pari alla coriandolata. Tale Orlando si beccò una di quelle scuffie da animare per anni le languenti conversazioni d’osteria. E quando Guido, suo malgrado vinto da un diabete maledetto, voltò le spalle per salirsene lassù, la signora Rosa pretese l’abito azzurro e oro, dichiarandolo pubblicamente dipinto sulle sue forme di femmina prosperosa.

Manca,

manca la coppia di ferro dei tempi andati, manca al cuore di chi assorbe nei polmoni l’aria di questa terra, e senza non ce la fa a respirare. Mancano Batì e Gaietto, anime pulite, a comparire e scomparire dentro i caruggi, folletti di un tempo che fu. Tempo nel quale si marciava di chitarre male accordate e scherzi feroci, di corteggiamenti senza sms, e di brillantina quando ancora non era gel a tenuta forte. E andava bene così, a contare i giorni verso la mascherata. Andava bene così.

 

 

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