Abele: nel nome un significato inaspettato

Abele: nel nome un significato inaspettato

I nomi per il mondo ebraico esprimono concetti e significati fondamentali

La prestigiosa rivista Biblical Archaelogy Review, che ha recentemente girato la boa dei 50 anni dalla sua fondazione, dedica una rubrica al significato dei nomi, dal titolo «What’s in name».

Perché una rivista di archeologia dedica spazio all’etimologia? Qui si va oltre al normale approfondimento scientifico che è comunque proprio di questa disciplina, che valuta ogni aspetto utile alla comprensione del passato. Abbiamo, infatti, anche un’accezione che si affaccia sulla cultura dei popoli.

Come sappiamo bene, il dare un nome assume e ha sempre assunto un’importanza capitale per il popolo ebraico: in passato esprimeva in qualche modo la proprietà di chi imponeva il nome su chi lo riceveva, ma descriveva anche l’aspetto e le caratteristiche evidenti di una persona. Nell’universo biblico questo fattore assurge ad una rilevanza ancora più ampia perché esprime aspetti simbolici.

In una puntata della sua rubrica Biblical Archaelogy Review ha messo a fuoco il nome di Abele, rilevando alcuni aspetti curiosi.

Abele, o meglio Abel (הֶבֶל) si traduce letteralmente con  “vapore mattutino”, ma in virtù della ricchezza di significati della lingua ebraica e la struttura stessa delle sue parole, anche “vanità” (nel senso di frivolezza), o “enigma”.

Il pensiero va dunque all’Abele più conosciuto nella storia dell’umanità: il biblico fratello di Caino.

Dobbiamo ricordare che la radice di Hebel (così si traslittera il nome dall’ebraico) è HBL, avendo a che fare con un idioma semitico e dunque consonantico. Queste tre consonanti richiamano letteralmente un aspetto concettuale che possiamo così descrivere: “vapore che scompare rapidamente sotto i primi raggi del sole del mattino”. L’uso pratico lo trasforma di volta in volta, a seconda del contesto in “aria”, “respiro”, ecc.

Abele appare in Genesi al capitolo 4 e non lascia alcuna traccia o significato per le successive generazioni, essendo stato ucciso e morto senza eredi. Il nome appare 38 volte nel libro dell’Ecclesiaste soprattutto con l’accezione di “enigma” e ben inserito nel contesto pessimistico del Qoelet (così gli Ebrei chiamano l’Ecclesiaste), in cui la vita umana è definita futile e vana. Si tratta di un concetto che approccia anche alcune riflessioni moderne, in cui si prende coscienza degli evidenti limiti umani nel comprendere la natura, e con essa la grandezza di Dio, cadendo di conseguenza nello sconforto. C’è da aggiungere che a differenza del Siracide, il Qoelet ha anche lo scopo di scuotere le coscienze del fedele israelita che era caduto in un torpore spirituale.

Una etimologia alternativa ricorre invece a origini accadiche, in cui il nome assume il significato di “figlio” (aplu), che possiamo comprendere meglio pronunciando la B come P. In ambito assiro troviamo aplu nel nome di Tiglath-Pileser (Tukultī-apil-Ešarra)*, che viene tradotto in “la mia fede è (in) il figlio di Ešarra”.

Lascio a chi legge le riflessioni che derivano da tutto ciò e che la Sacra Scrittura intende trasmetterci.

*= Conquistatore che nel VII secolo a.C. soggiogò gran parte del medioriente, invadendo fra le altre anche Israele (Regno del Nord) e premendo sulla Giudea. 

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